il divano rosso ma anche gli altri sono di Gian Paolo Dulbecco
a BadaluccoTutti avemmo la fortuna di vedere il retrobottega della poetessa visto che era alla testa del corteo di pubblico, non pagante, che la seguiva per raggiungere
Indossava un abito nero di maglina sottilissima e piuttosto trasparente che mostrava un altrettanto sottilissimo perizoma nero tra due natiche piatte ed evidentemente bianchissime. Al collo un giro di perle enormi. Era sottobraccio al suo fidanzato, un giovane uomo vestito in maniera del tutto ordinaria seppur in uno sportivo di marca. Erano agli antipodi l’uno dell’altra.
Sulla grande terrazza che dava sul paese, ci sedemmo per terra, in ordine sparso. Erano stati piazzati dei cuscini qua e là. Dalle finestre delle case circostanti, molte persone incuriosite, stavano in silenzio nell’attesa di un inizio, con aria assorta; chi cercava di zittire un cane, chi dava spiegazioni ad un bambino che dal balcone continuava a chiedere “perché?”.
Quasi subito la poetessa prese la parola e cominciò.
L’avrei vista bene in un salotto d’annunziano, tra cuscini di broccato e velluti, ad usare la sua voce impostata da attrice di teatro tragico. Era una voce alta, fintamente lacrimosa, eccessivamente declamatoria tanto da concentrare tutto su di sé e non sulle parole dei poemi che andava dicendo.
Oh, a D’Annunzio sarebbe piaciuta questa creatura, sarebbe stata una delle sue favorite al Vittoriale nelle lunghe giornate (e nottate) estive fatte di poesie, e di giochi rocamboleschi in dolci compagnie.
E certamente il Vate avrebbe gradito quell’abito di maglina nera così efficace nell’attirare gli sguardi di uomini e donne. Una specie di “vorresti, eh? Ma non puoi, però io ti mostro di me quel che non puoi avere perché io non sono la maestrina che ti insegna, non sono né tua moglie né la tua amante, non sono una qualunque, io sono una poetessa. Libera di dire e di rispondere e di stare col retrobottega in bella vista, libera anche di non rispondere e di non dire. Io, contrariamente a te, sono una donna libera".
Pareva dire con la sua faccia bianca coperta dai capelli che sembravano attaccati, "io sono una donna libera e tu provi una sottile ma fastidiosissima invidia per questa mia libertà assoluta".
La formichina entrò nel mulino e fece amicizia con gli acari della farina.
La cosa cominciò così che la formichina era arcistufa di lavorare e voleva cazzeggiare: io voglio le vacanze! aveva detto alle compagne e quelle l’avevano messa alla porta perché non avevano bisogno di una scansafatiche. Anzi, mi sa che non avevano nemmeno fatto la fatica di aprire la porta, nel trasportare svariati chicchi di riso, con le zampette, le avevano fatto segno “di là, di là” verso la porta.
La formichina entrò nel mulino e così disse a gran voce “gli acari, gli acari dove stanno?” ma quelli stavano lavorando per farsi insaccare: un po’ nella farina gialla, un po’ nella farina bianca, un po’ nella farina di grano saraceno…..poi cosa accadde, che due acari della farina erano stufi dell’idea di farsi insaccare per l’ennesima volta e allora dissero “basta farsi insaccare, vogliamo cazzeggiare!!”…..si fecero scivolare giù dal saccone di carta non ancora del tutto pieno e andarono dalla formichina.
Restarono tutta la vita a divertirsi, baciandosi, giocando a scopone scientifico e a bere birra doppio malto……