Pixel vuoto davidia - storie di un cuore qualsiasi il divano rosso ma anche gli altri sono di Gian Paolo Dulbecco

davidia - storie di un cuore qualsiasi

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sabato, 30 agosto 2008


Il calendario venatorio prevede, prima dell'inizio della stagione della caccia, alcune giornate di "allenamento" dei cani.
I cani vengono portati in campagna e lasciati liberi di scorazzare ovunque (comprese colture specializzate alle quali non potrebbero accedere) per abituare le narici all'odore della selvaggina.
Le lepri si sono moltiplicate. Il  bretone, nel corso dell'estate, ne ha mangiate alcune piccole ma fa parte del suo istinto e sono felice che i cacciatori abbiano un pochino meno lepri da mettere nel loro carniere.
Ma non esistono più i carnieri nel senso che ora è meglio girare con le prede morte in bella vista così che tutti possano vedere qual è il vero cacciatore.
A me i cacciatori sembrano tutti morti di fame.
L'amore per i giri nella campagna brumosa è solo una scusa.
I giri nella campagna brumosa si possono fare anche senza fucile pur con i cani.

Si capisce anche da queste cose che l'estate ormai è agli sgoccioli anche se le giornate sono ancora molto calde.
Da qui, in questo stesso istante, si sentono i latrati lontani dei cani.
Sono versi lamentosi come di qualcuno sottoposto a indicibili torture.
Hanno qualcosa di umano, di singhiozzante, di pauroso e tremendo.





postato da: davidia69 alle ore 10:34 | link | commenti (8)
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giovedì, 28 agosto 2008


L'altra sera, dopo cena, dopo aver diligentemente sparecchiato e ripulito la cucina (nel lavello però c'erano i piatti della cena della sera prima), mi sono messa lì a guardare Divorzio all'italiana.
Molto stupidamente mi è venuta l'idea di portarmi la piccola televisione a letto.
Prima di chiudere gli occhi, l'ultima immagine che ricordo è Marcello che cerca le prove dell'adulterio della moglie.

Mi sono svegliata e ancora Marcello a ravanare in armadi e cassetti alla ricerca delle prove. Ed erano già le 22.23.

Però la Stefania Sandrelli che bella e anche Marcello Mastroianni che bello.......però troppo idiota addormentarsi come una pera cotta.........(siamo in stagione e ne approfitto).

Saluti e non sderenatevi troppo che per quello si fa sempre in tempo.

Bonne nuit!



postato da: davidia69 alle ore 18:48 | link | commenti (10)
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lunedì, 25 agosto 2008


Lo sai che il male nasce e cresce dentro perché non lo si porta fuori con le parole?
"Farei questo, farei quest'altro, ma poi la reazione com'è?"
Come quando si leggono fatti di cronaca: "colto da un raptus".
Oggi sto spiegando a me stesso questo, ovvero: sto covando una specie di raptus ma è ancora allo stadio embrionale.
Tipo: sto tagliano le cipolle, voglio fare una frittata con un quintale di cipolle e prezzemolo, una cosa senza senso tanto che non riescono nemmeno ad appassire nell'olio queste cipolle (il termine giusto è "appassire", sì, come appassirebbero i petali di una rosa al sole di ferragosto), ecco, lei mi si avvicina e  dice "va bene che ti piace cucinare ma che cosa vogliono dire tutte quelle cipolle?". In effetti, penso, ma che cazzo te ne importa  a te se voglio una frittata con tantissime cipolle. Glielo potrei dire ma poi penso "eh no, devi stare calmo perché la calma è la virtù dei forti e non devi sempre fare lo scorbutico perché poi va a finire che litigate e se litigate poi tu stai male dentro e lo stomaco ti diventa una polpetta di carne marcia buttata dentro al pozzo di San Patrizio". Allora sto zitto o meglio, cerco di mantenere un contegno, di non fare il cafone come al solito, grugnisco un "ti faccio una frittata a parte senza cipolle" e lei prende ed esce dalla cucina mentre io taglio ancora una mezza cipolla che avevo dimenticato lì, sopra al lavello. E quella mezza cipolla la taglio con il coltellaccio lungo che di solito uso per le angurie. Un coltellaccio che potrebbe per metà infilzare la pancia di lei che è così magra e così insopportabile. Cioè, poverina, no. E' buona, gentile, a modo, onesta, ma i fatti sono che: primo io non la amo più e secondo mi danno sui nervi la sua bontà e la sua gentilezza e le sue buone maniere.
Le ultime fettine di cipolla non riusciranno nemmeno a cuocere. Le butto nella padella che le altre sono già quasi pronte per accogliere le uova sbattute. Nell'aria c'è un odore incredibile di cipolle. Io amo le cipolle però tengo un po' le finestre aperte perché so che a lei non piacciono tanto.
Ad un certo punto entra e dice "sembra di essere nella casa di un extracomunitario marocchino ma anche indiano con tutte 'ste cipolle". Io mi volto lentamente tenendo in mano il coltellaccio d'anguria e allora lei, in dialetto mi dice "cusa ghèt de vardàm cusé".
"Te met béle stùfat, se te la muchèt mia t'enfìlsi".
Lei mi guarda con gli occhi fuori dalle orbite senza dire niente poi si mette a ridere come una deficiente. E mi fa sentire un cretino con in mano il coltello lungo.
"I vicini penseranno che siamo due mica tanto normali" dico.
"Te sei matto, infatti" fa lei con le lacrime agli occhi.
"Tu non sai cosa dici" faccio io appoggiando l'arnese sul pianale di marmo della cucina "sto covando una cosa terribile"
E lei senza smettere di ridere e piegata in due "stai covando le uova per la frittata?".
La frittata.
Mi volto e le cipolle nella padella stanno bruciando, la cucina si sta riempiendo di fumo bianco. Spengo il gas pieno di dispiacere per le mie cipolle.
"Il fatto è che sto covando un raptus......" dico ad alta voce.
Allora lei, all'improvviso, smette di ridere e si raddrizza. Mi guarda seriamente. Mi fissa negli occhi e non dice niente.
Sto con le mani appoggiate alla cucina come in preda ad una enorme stanchezza.
"Ma di solito i raptus non si annunciano, si compiono e basta, uno non se ne rende nemmeno conto" stizzita prende e se ne va in un'altra stanza.
Così io rimango lì da solo con il raptus ancora dentro alla mia pancia che sta assumento forme strane, prima a palla e poi a coltello. E poi, infine, a coltellaccio.



postato da: davidia69 alle ore 13:45 | link | commenti (28)
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sabato, 23 agosto 2008


Poi accadde che nell'agosto del 1984 c'erano le olimpiadi a Los Angeles e io avevo 15 anni.
Avevo guardato, inizialmente con la noia che solo una ragazza di quindici anni può avere,  l'incontro di pugilato tra Angelo Musone e  Henry Tillman.

Poi qui si capisce perfettamente come andò a finire e ci si vede tutta la disperazione del momento (ovvero Musone vinse il bronzo).

Allora la ragazza quindicenne che all'epoca era in me, alla fine dell'incontro ed in attesa che la tecnologia la allietasse della presenza di blog, blob, internet e satelliti e telefoni cellulari ipertecnologici, prese carta e penna e senza nemmeno sapere l'esatto indirizzo dell'Angelo Musone, gli scrisse una lettera in cui diceva che lui si meritava di più e che la giuria lì davanti al ring aveva di sicuro preso fischi per fiaschi.

Il Musone ringraziò inviandole una foto autografa di lui con guantoni rossi,  sguardo falsamente truce e chioma leonina della quale, a distanza di 24 anni, non rimane alcuna traccia.

Fa piacere che qualcuno, nella fattispecie Clemente Russo, si sia ricordato di Angelo Musone e gli abbia dedicato la medaglia d'argento alle olimpiadi di Pechino nella stessa specialità.

Saluti.



postato da: davidia69 alle ore 16:55 | link | commenti (4)
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IL POETA.

Oh, era un bar minuscolo.
Risultava ancora più stretto a causa di alcuni tavoli, sotto le finestre, con le panche.
Il poeta si era seduto ed era già un po’ alticcio. Parlava, parlava. Prima di entrare, e anche alla presenza di persone che non conosceva, aveva detto di aver sete ma che non aveva soldi. Sembrava compiacersi di questa cosa così come dei suoi sandali da frate eppure portava una giacca che, ad una prima occhiata, lo faceva sembrare elegante, di un’improbabile eleganza sui jeans grigio scuro che sapevano di vecchio. Ma il poeta aveva anche un’acconciatura liscia, a caschetto, con un biondo finto fatto da tempo e aveva un po’ di ricrescita di un biondo più scuro e un paio di occhiali con la montatura color tartaruga su un volto abbronzato.
Qualcuno poi da bere deve averglielo pagato perché aveva ordinato per sé e si era seduto insieme ad alcuni sulle panchette a discorrere di cose che non capivo. Poi, tutto ad un tratto, si era alzato andando incontro ad un uomo che conosceva bene e che si era fatto fare un caffè al banco. Quest’ultimo, con  la tazzina in mano, voleva raggiungere quelli seduti sulle panche. Così facendo il poeta urtò l’uomo del caffè, qualche goccia cadde su una sedia lì vicino. Rimasero in silenzio qualche istante come per metabolizzare, l’uno il minore caffè che avrebbe bevuto e l’altro il piccolo contrattempo che aveva prodotto. Ma l’uomo del caffè si perdette nella sua espressione perplessa e si sedette sulla sedia su cui erano cadute le gocce, come a volersi prendere gioco egli stesso dell’accaduto. La donna che stava lì accanto con in mano la sua birra, non fece in tempo a dire Nooo! che il tutto si era già compiuto in quell’istante.
- Cos’hai da urlare? Non lo sai che quest’uomo è una persona libera e fa quello che gli pare? – disse il poeta con tono scortese rivolgendosi alla donna. Allora lei  rimase un po’ sulle sue o fece finta di niente o chi lo sa. Entrava gente di continuo e con la sua birra in mano, pensò che era meglio uscire a prendere un po’ d’aria.
Fuori era diverso, c’erano persone che parlavano ed erano come lei. O chi lo sa cosa intendeva per “gente come me”. Il suo fiuto per le persone era pressoché fuorviante e da Le affinità elettive di Goethe non aveva capito proprio niente oppure aveva usato solo le cose che le sembravano importanti, fintamente importanti, nel captare qualche similitudine caratteriale con il suo prossimo.
Ma chi lo sa, pensò, chi lo sa qual è la ragione per cui una persona si innamora dei poeti mentre un’altra persona si innamora di chi parla dei poeti. Tutto sta nella sostanza delle cose, si disse ancora tra sé: chi parla dei poeti, oggettivamente, ha un compito da assolvere, una funzione specifica riguardo alle parole di terzi.
Il poeta, forse, ha il solo compito di rendere il mondo migliore.
Qualche volta ci riesce, qualche volta no.


a Badalucco



LA POETESSA.


Tutti avemmo la fortuna di vedere il retrobottega della poetessa visto che era alla testa del corteo di pubblico, non pagante, che la seguiva per raggiungere la terrazza. Un corpo piccolo e magro sostenuto da un paio di sandali dall’altissima zeppa: cosa sarebbe stata la sua statura senza tutto questo?
Indossava un abito nero di maglina sottilissima e piuttosto trasparente che mostrava un altrettanto sottilissimo perizoma nero tra due natiche piatte ed evidentemente bianchissime. Al collo un giro di perle enormi. Era sottobraccio al suo fidanzato, un giovane uomo vestito in maniera del tutto ordinaria seppur in uno sportivo di marca.  Erano agli antipodi l’uno dell’altra.
Sulla grande terrazza che dava sul paese, ci sedemmo per terra, in ordine sparso. Erano stati piazzati dei cuscini qua e là. Dalle finestre delle case circostanti, molte persone incuriosite, stavano in silenzio nell’attesa di un inizio, con aria assorta; chi cercava di zittire un cane, chi dava spiegazioni ad un bambino che dal balcone continuava a chiedere “perché?”.
Quasi subito la poetessa prese la parola e cominciò.
L’avrei vista bene in un salotto d’annunziano, tra cuscini di broccato e velluti, ad usare la sua voce impostata da attrice di teatro tragico. Era una voce alta, fintamente lacrimosa, eccessivamente declamatoria tanto da concentrare tutto su di sé e non sulle parole dei poemi che andava dicendo.
Oh,  a D’Annunzio sarebbe piaciuta questa creatura, sarebbe stata una delle sue favorite al Vittoriale nelle lunghe giornate (e nottate) estive fatte di poesie, e di giochi rocamboleschi in dolci compagnie.
E certamente il Vate avrebbe gradito quell’abito di maglina nera così efficace nell’attirare gli sguardi di uomini e donne. Una specie di “vorresti, eh? Ma non puoi, però io ti mostro di me quel che non puoi avere perché io non sono la maestrina che ti insegna, non sono né tua moglie né la tua amante, non sono una qualunque,  io sono una poetessa. Libera di dire e di rispondere e di stare col retrobottega in bella vista, libera anche di non rispondere e di non dire. Io, contrariamente a te, sono una donna libera".
Pareva dire con la sua faccia bianca coperta dai capelli che sembravano attaccati, "io sono una donna libera e tu provi una sottile ma fastidiosissima invidia per questa mia libertà assoluta".

 

postato da: davidia69 alle ore 16:07 | link | commenti (4)
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venerdì, 22 agosto 2008






postato da: davidia69 alle ore 15:17 | link | commenti (8)
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giovedì, 21 agosto 2008


22 di agosto ore 21,30

SPIANATA BORGO PERI - ONEGLIA IM
COCO BEACH (EX AFRIQUE)


D'S BAND
in concerto
                     


(se capita di passare ma anche no)

e speriamo che non sia l'ultima volta



(della serie: non so come si fa un volantino)
postato da: davidia69 alle ore 18:05 | link | commenti (1)
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Bisogna sempre fidarsi di un bretone, cacciatore sopraffino seppur non addestrato a tale scopo.
Annusa e abbaia sotto all'albero ma la donna non gli dà retta.
Abbaia, abbaia. Poi, all'improvviso se ne va e la donna lo vede allontanarsi con il naso a terra a sniffare gli odori, forse.
La scena successiva vede il bretone accucciato a terra, silenzioso, vicino alla porta di casa con una poccia di saliva vicino alla bocca. I due gatti, la Gina e quell'altro anonimo bianco e rosso che soffiano contro ad una cosa lunga e scura che si contorce lì vicino. I gatti sono arrabbiatissimi e molto agguerriti. Il bretone  è accucciato, silenzioso e senza niente per cui abbaiare.

La donna torna e vede questa cosa lunga e come San Giorgio fa con il drago, impugna l'attrezzo - in questo caso una zappa - e decapita il Male gettandone quel che resta nel fosso, in pasto agli aironi.
Il bretone rimane con la faccia gonfia dal morso della biscia e con l'occhio ormai del tutto chiuso.
Così si scopre che anche le biscie di acqua hanno un liquido urticante che provoca delle cose piuttosto brutte.

Tutti i giorni si impara qualcosa di nuovo, anche che il bretone ora sta un pochino meglio.


postato da: davidia69 alle ore 11:31 | link | commenti (3)
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martedì, 19 agosto 2008



La favola "quattro e quattr'otto" della formichina scansafatiche
e degli acari annoiati.

La formichina entrò nel mulino e fece amicizia con gli acari della farina.
La cosa cominciò così che la formichina era arcistufa di lavorare e voleva cazzeggiare: io voglio le vacanze! aveva detto alle compagne e quelle l’avevano messa alla porta perché non avevano bisogno di una scansafatiche. Anzi, mi sa che non avevano nemmeno fatto la fatica di aprire la porta, nel trasportare svariati chicchi di riso, con le zampette, le avevano fatto segno “di là, di là” verso la porta.
La formichina entrò nel mulino e così disse a gran voce “gli acari, gli acari dove stanno?” ma quelli stavano lavorando per farsi insaccare: un po’ nella farina gialla, un po’ nella farina bianca, un po’ nella farina di grano saraceno…..poi cosa accadde, che due acari della farina erano stufi dell’idea di farsi insaccare per l’ennesima volta e allora dissero “basta farsi insaccare, vogliamo cazzeggiare!!”…..si fecero scivolare giù dal saccone di carta non ancora del tutto pieno e andarono dalla formichina.
Restarono tutta la vita a divertirsi, baciandosi, giocando a scopone scientifico e a bere birra doppio malto……


postato da: davidia69 alle ore 18:36 | link | commenti (10)
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In due euri ci trovo esattamente:

- N. 10 caramelle all'anice Sperlari;
- N.  7 caramelle ripiene alla liquirizia;
- N. 19 caramelle "gocce di pino";
- N. 14 caramelle latte-menta.

Le mercantine sono madre e figlia e hanno un banco suddiviso in questa maniera: sulla sinistra un vasto assorimento per gusti di caramelle senza zucchero, piccole, incartate in carte variamente colorite e prevalentemente luccicanti, al centro caramelle con zucchero prezzo "alto", subito dopo a destra un altro reparto di caramelle con zucchero prezzo "medio", estrema destra caramelle con zucchero prezzo "basso" (quelle che ho preso io e che sono ottime!) e a seguire le giuggiole delle fiere. Poi, a parte, c'è un settore di dolciumi da forno con e senza zucchero. La mercantina-madre mi dice che le caramelle che ho preso, se tenute in frigo, lasciano un sapore di molto rinfrescante e cose di questo tipo. Ma secondo me lo dice anche rivolgendosi agli acquirenti delle caramelle geleé alla frutta nel senso che adesso siamo in estate e magari le caramelle si squagliano.

Pensavo di avere speso tanto ma poi alla fine mi sono venute in mente le caramelle vendute nei bar, negli espositori e ho pensato che avevo speso una cicca di tabacco.
In realtà, una volta, le cicche di tabacco erano provvidenziali: uno ne faceva scorta e poi alla fine, con pazienza, le faceva fuori e ne otteneva un'altra sigaretta intera.
Ma adesso chi vive di cicche di tabacco?
E le pipe dove le mettiamo?

Ancora troppo caldo, in effetti, per certi argomenti.


postato da: davidia69 alle ore 17:00 | link | commenti (4)
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