Pixel vuoto davidia - storie di un cuore qualsiasi il divano rosso ma anche gli altri sono di Gian Paolo Dulbecco

davidia - storie di un cuore qualsiasi

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giovedì, 31 luglio 2008





che bizzarri colori, in effetti...............
postato da: davidia69 alle ore 13:18 | link | commenti (15)
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martedì, 29 luglio 2008


Mysya, caffè Tubino!



postato da: davidia69 alle ore 17:50 | link | commenti (14)
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filòss della domenica a Po

postato da: davidia69 alle ore 17:47 | link | commenti (7)
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cazzeggio felino della Gina
(ha fatto tutto lei - tranne la foto)



postato da: davidia69 alle ore 11:14 | link | commenti (19)
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lunedì, 28 luglio 2008


Meno male che dalla homepage Il Giornale ha tolto quella foto degli impiccati iraniani appesi a lunghi bracci di gru.

postato da: davidia69 alle ore 13:20 | link | commenti (1)
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sabato, 26 luglio 2008


Ho un debole per Goffredo Parise. Qualche volta devo averlo detto.
Ieri sera, prima di andare a dormire, ho preso questo libretto dallo scaffale.





E' un tascabile, si legge agevolmente (perché adesso mi oriento solo su cose brevi e leggere - e devo avere già detto anche questo).
Trattasi di articoletti che Parise fece uscire per il Corriere tra l'82 e l'83. Lui morì nel 1986.

Uno dei più interessanti e divertenti (anche) per il modo con cui vengono descritti oggetti e persone, è questo:



"Prima che l'America tentasse di far sparire lo stile dal mondo con un colpo di spugna artificiale, esisteva un minuscolo negozio di sartoria, con annessi. Gli annessi essendo calze, biancheria intima, camicie, cravatte, sciarpe e via dicendo. Non escluse due o tre boccette di Penhalingon, con nastrino scolorito. Era una minuscola succursale di St. James Street, iin tutta regola, e bisogna dire che i gerarchi locali sapevano se non altro fiutare l'odore dello snobismo se i loro "papillons à pois" e le loro canne d'India era lì che andavano a prenderle a dispetto di una proprietaria (e proprietario) di uno snobismo intollerabile. Ma l'attrazione era irresistibile e non posso non confessare che l'essenza, il primo ingurgitamento di vocali inglesi lo imparai lì non perché i proprietari parlassero inglese ma perchè le cose lo parlavano.
La vetrinetta conteneva una quantità gigantesca di cose ma la seta pura color perla di un paio di mutande con un lievissimo rigatino grigio più scuro e la sfumatura di quel tessuno appena illuminato da avare lampadine, saltavano all'occhio insieme al suo cartellino "pure silk" scritto a mano da persone che non sapevano un'acca di inglese. Così per le calze di lana scozzesi, allora più ruvide di oggi e certe camicie da sera, con plastron e colletto duro appuntito, con bottoncini d'avorio e polsini non più che d'avorio anch'essi, o i famosi "papillons" buttati là nel cumulo ma con la scritta "Sulka and Co." (quelli erano francesi) bene in vista, erano fiori rari di un giardino tutto raro.
Per non parlare dei cappelli, duri e flosci, gibus compresi, ammonticchiati sullo sfondo salvo uno, di traverso e cianciato che dava di sguincio la marca.  Cachemire allora non si vedevano ma c'erano certi golf fatti a mano di lana greggia, color pecora detti "iron wool" e ancora oggi non so se si trattasse di penne di airone o di lana d'acciaio. Lo "scottish" dominava la scena con certi berretti con nastri e pompon che nessuno avrebbe mai portato in una città come la nostra, priva di fantasia. Ma più d'uno si lasciava tentare da panciotti di pelle di diavolo, punteggiati a mano e da scarpe Thriker's con una suola di caucciù odorosa di Malesia da non confondere con le spregiate Alexander dei "grossiers" che tutti noi sapevamo fabbricare a Parma.
Il clou di quel buco stava però nell'inutile Nei mutandoni di seta pura color azzurrino perla, nelle calze sempre di seta con "baguette", in certi guanti di lana polare, o di daino bianchi, importabili perché pungevano come aghi, e in caschi coloniali. Inutili, sotto un certo aspetto, anche le stoffe. Certi tweed sublimi ma pesantissimi, di cui però, nel 1945, non rinunciai a comprarne uno. E così via, in una esposizione universale soprattutto di inutilità palpabili e perfino sconvenienti come certi "sospensori" di rete di cotone con marca più grande dell'oggetto, la cui utilità il lettore può immaginare. Trionfava però su tutto la scatola di raso su cui poggiava l'ordine della giarrettiera: un trionfo.
Ma non si creda che fosse l'angolo degli anglofili. Era l'angolo, invece, privato, privatissimo della padrona del negozio, una ex-operaia che sapeva distinguere semplicemente il bello dal brutto. Tutto lì. Una inconsapevole esteta, villanissima, che al primo colpo d'occhio sapeva riconoscere sia le persone sia la qualità per così dire manifatturiera e tattile del loro animo. Si trattava di un "flair" reciproco e immediato. A chi entrava in quel sacrario, e doveva ben saperlo che lo era, bastava un'occhiata di sguincio alla vetrina, era già parte di un club, di un sofisticato "assemblage" di mezzi matti pronti a spendere qualunque cifra. Lo sapeva bene la zoccolante padrona dall'occhio losco, semistorto, guardandoti con il sorriso del pirata sulla tolda. Sapeva se avresti navigato in quelle acque oppure no. Se no, i ndicava altri negozi a buon prezzo in fretta e furia.
Una delle regole era di non poter toccare mai nulla, sublime perfidia di venditrice. Così lane, sete e feltri erano un supplizio ma la regola era ferrea, pena uno strillo e l'immediata indicazione della porta.
C'è ancora quel negozio, con la stessa padrona curva sui suoi molti anni e con capelli elettrici metà tinti di nero e metà bianchi, alti sul capo. Sparito l'inutile, se non per un "capo" rosso amaranto avvolto in nylon impolverato e naturalmente intoccabile. E una moltitudine di spilli ad immobilizzare come farfalle "i capi", "il capo" assolutamente da non toccare. Anche il gibus è sparito e le Alexander, ahimé!, hanno fatto la loro apparizione nel regno di Alice. Protestai e la zoccolante con pianto perfido disse di non poter più, nella sua età e condizioni, imbarcarsi per l'Inghilterra. Non era una scusa ma una realtà. Comprai un Watro, un Mafbo, memore."

postato da: davidia69 alle ore 13:29 | link | commenti (5)
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venerdì, 25 luglio 2008


"tua madre ce l'ha molto con me
perché sono sposato e in più canto....."
                                         
                                       
F. de André - Giugno '73




Tua madre ce l'ha molto con me perché sono sposato e in più canto. In prevalenza l'estate nei bar all'aperto e l'inverno in posti in cui si mangia dopo le 22. Questi ultimi li preferisco perché non ci sono le zanzare - ovvio. In estate, vicino alla mia postazione musicale, le zanzare fanno frrrrrr frrrrrr fulminate nel fulmina-zanzare e nuocciono, fanno baccano nel mentre che muoiono. Però canto bene e non so se tua madre sia altrettanto capace a vergognarsi di me. Sono intonato e mi pagano; credo che sia infastidita da questo aspetto: io che canto bene e per tale ragione sono pagato. Non voglio ripetermi.
La gazza che ti ho regalato è morta, tua sorella ne ha pianto. Vi siete affezionate a quel volatile dagli occhi color del petrolio così come le piume bianche e color del petrolio. Stava buona nella gabbia color argento: l'effetto cromatico era notevole. Un bijou animato. Quel giorno non avevano fiori, peccato quel giorno vendevano solo gazze parlanti che recitavano poesiole semplici per bambini dell'asilo che un vecchio  aveva insegnato loro nell'arco dell'intera settimana che aveva preceduto la sua infausta morte. E speravo che avrebbe insegnato a tua madre a dirmi "ciao, come stai?", insomma non proprio a cantare per quello ci sono già io, come sai. Invece no, lei ce l'ha sempre avuta con me come fin dalla prima volta che ha saputo di noi e si è risentita molto nel considerare il fatto che ormai tutti erano a conoscenza della cosa, tutti tranne lei.
I miei amici sono tutti educati con te però vestono in modo un po' strano. Dici che in questi ambienti c'è posto per tutto tranne che per la sciatteria. Secondo me ti sbagli: dove sta ciò che dici? Io non so vedere ciò che vedi tu. Mi consigli di mandarli da un sarto e mi chiedi "sono loro stasera i migliori che abbiamo?". Sono il meglio del meglio, per me. Fumiamo ammezzati in una qualsiasi sera settimanale e beviamo vino.
E adesso ridi e ti versi un cucchiaio di mimosa nell'imbuto di un polsino slacciato. Ne avverto l'aroma tiepido che si diffonde in questa stanza che dà sui campi di rotoballe appena caricate su un grosso rimorchio. I miei amici ti hanno dato la mano, li accompagno il loro viaggio porta un po' più lontano. Penso che sarebbe carino da parte tua, avere un buon ricordo della loro compagnia. In fondo avrebbero potuto insegnarti due o tre cose di questo mondo che tu non sai.
E tu aspetta un amore più fidato, il tuo accendino sai l'ho già regalato. Forse sarebbe il caso che io smettessi di fumare. E lo stesso quei due peli d'elefante, mi fermavano il sangue li ho dati a un passante. Spero che non ti dispiaccia troppo. Sarebbe peggio tenere qualsiasi cosa che mi ricordi te e, di conseguenza, tua madre.
Poi il resto viene sempre da sè. Di questo non ti devi preoccupare; non arrabattarti a programmare, organizzare. I tuoi "aiuto" saranno ancora salvati. Troverai qualcuno meglio di me, magari non sposato.
Io ti dico è stato meglio lasciarci che non esserci mai incontrati.





postato da: davidia69 alle ore 14:02 | link | commenti (10)
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giovedì, 24 luglio 2008


Il gatto nero dagli occhi gialli dorme sul divano.
Non si muove di un millimetro neppure quando vado ad aprire la porta al mio ospite che, entrando in soggiorno e vedendo il felino assopito, lancia un urlo di meraviglia. Lo stesso che farebbe un bambino nel vedere una cosa speciale e nuova.
Il mio ospite ha una telepatia felina incredibile ma, stranamente, non riesce a funzionare con il mio gatto che continua imperterrito nella sua migliore occupazione: dormire fregandosene del mondo intero.
Così l’ospite, del tutto atteso in questo luogo e a quest’ora, invece di accomodarsi sulla poltrona da cui si dovrebbe cimentare nel rispondere ad una serie di domande-intervista  che gli devo fare, si accoccola vicino al gatto con una mossa un poco maldestra fatta apposta affinché l’animale, una volta tanto e finalmente, si possa accorgere dell’infausta presenza.
- Sì, adesso me lo torturi e lui si lascerà torturare…..ma fino ad un certo punto – lo avviso.
- …….piccolisimo, ginisimo…………- dice cantilenando l’ospite.
- veramente non si chiama Gino ma si chiama Panda……….
- Panda?
- Sì, il primo giorno in questa casa l’ha passato a farsi pitturare il contorno occhi di bianco….
- Urca veh………e come l’ha presa? Voglio dire, si è acclimatato poi? –
- A dire la verità poi ho pensato che sarebbe stato difficile trovare ogni giorno dei germogli freschi di canna di bambù, sai com’è…..-
- …..giusto, saggia decisione, però Panda è rimasto……..-
- sì sì, è rimasto sia di nome che di fatto………-
L’ospite, che chiameremo convenzionalmente Giovanni, con l’indice alza il muso al gatto e lo rimira girandogli la testa da destra verso sinistra, Il  gatto, dal canto suo, tiene gli occhi serrati come le saracinesche di un negozio chiuso per ferie.
- ….veramente non ha gli occhi cerchiati di bianco…..- fa notare piuttosto perplesso.
- sì, prima che arrivassi glieli ho struccati con la lozione struccante specifica  per gli occhi, temevo che lo scambiassi per un panda vero….pensavo che l’avresti portato via da questa casa e usato come sciarpa invernale, che so lanciare una nuova moda….. –
- certo, magari presentarsi con una sciarpa di pelo di panda all’Ariston, tipo durante il festivàl…..non sarebbe per niente male, vero?-
- …….ieri sera, per dire, gli ho pitturato le unghie dei piedi con lo smalto “Rosso Marilyn” …..-
- …..quali piedi? Quelli davanti o quelli dietro?......-
- tutti e quattro! Non vorrai che lo mandi in giro smaltato a metà…..-
- sì, hai ragione, Pandisimo deve essere proprio il panda giusto per tutte le occasioni……però sai, stavo pensando a quella storia della sciarpa: non è una brutta idea, vero……..una stola di panda con unghie smaltate di rosso in rilievo…..ci vorrebbe una pochette ad hoc, anche… –
- …..di certo meglio una pochette che una cravatta poi la coda dell’animale ti intralcerebbe l’estetica………-
- Ma cosa stai dicendo? I panda non hanno la coda……….-
- Non avranno la coda ma un po’ le orecchie a sventola sì……
- Mi mancano solo le orecchie a sventola –
- Ma tu non hai le orecchie a sventola, Giovanni! –
- Certo che non le ho, che cosa stai dicendo? Ti stai confondendo…….-
- Sì, hai ragione, sto confondendo gatti con panda e panda con uomini….-
- Basta che non mi cerchi di bianco gli occhi……..-
- No, ho finito l’ombretto bianco………ma se vuoi ho quello rosa shoking oppure…. –
- Lascia perdere……….anzi no, prendi Panda, mettilo in borsa senza sgualcirlo troppo, andiamo a mangiare alla Locomotiva e poi andiamo a ballare il tango a mezzanotte, sulla spiaggia…….-
Silenzio.
- ……dai, lo facciamo? -
Silenzio.
- ……ti va??????????? -
- …..Sì, certo che mi va.

 

 

postato da: davidia69 alle ore 14:27 | link | commenti (11)
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mercoledì, 23 luglio 2008


Sono quasi le due, sono in anticipo sulla mia personalissima tabella di marcia.
Facciamo che ritardi e anticipi della giornata, compensano. Non so bene cosa, ma qualcosa compensano.

postato da: davidia69 alle ore 13:59 | link | commenti (2)
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Una chimera.



postato da: davidia69 alle ore 10:43 | link | commenti (7)
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