Pixel vuoto davidia - storie di un cuore qualsiasi il divano rosso ma anche gli altri sono di Gian Paolo Dulbecco

davidia - storie di un cuore qualsiasi

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domenica, 07 settembre 2008


faccio dei "pezzettini" di parole, poi va a finire che piano piano li incollo.
voglio arrivare a 50 poi, magari, a 100.

chi vivrà vedrà........viviamo a lungo, quindi.
quindi state bene, mi raccomando!!
postato da: davidia69 alle ore 18:49 | link | commenti (6)
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sabato, 06 settembre 2008


Ieri, iniziando a leggere questo:




ho fatto una scoperta molto ma molto divertente: perché Milano si chiama così.
Non lo immaginereste mai!!



postato da: davidia69 alle ore 12:10 | link | commenti (16)
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venerdì, 05 settembre 2008







colori sparsi - a tratti un po' sfocati.......

e saluti....
postato da: davidia69 alle ore 17:12 | link | commenti (8)
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Tempo fa, mi pare a Turisti per caso, durante un viaggio in Giappone.
In un aeroporto; si arriva, magari stanchi. Ma ci si può riposare, anche. Sono dei loculi, come fossero cassette di sicurezza di una banca ma adatte a contenere una persona. Una sorta di micromotel a ore che ti abitua all'idea del tuo destino.
Questione di punti di vista.

Saliamo le scale di questo palazzo piuttosto centrale a Milano.
Non so perché ma le scale mi sembrano di un'altra città.
Mi sembra che nessuno abbia a cuore le sorti di queste scale polverose.
Le porte sui pianerottili, sembrano di appartamenti disabitati, silenziosi. Forse è per il fatto che la gente sta al lavoro o è a letto o è fuori a guardare che succede nella striscia di grandi olmi che separa i due sensi di marcia del viale. Ci stanno i pompieri giù, in mezzo agli olmi. E non si capisce bene a fare cosa.
Ad ogni piano c'è una finestra aperta che dà su un cortile piccolissimo, dietro. Si vedono dei garage, sulla destra, grigi e pieni di cemento dappertutto. Ci sono anche alcuni grandi alberi, un grosso cedro atlantica: ma perché hanno scelto un albero grigio da confondere nel grigiore della città?

Quando arriviamo al pianerottolo, il padrone di casa ha lasciato la porta aperta. Davanti alla porta, in fondo al corridoietto ci sta il padrone di casa che armeggia, in piedi, davanti ad una scrivania.
La casa è piccola e il padrone di casa dice "io sono fortunato, ho anche un po' di alberi da questa parte" e così guardo dalla stessa stanza che fa da studio e cucina, lo stesso cedro grigio che avevo notato nel salire le rampe di scale.
In un attimo vedo poltrone, 2, una parete di libri e dischi,  un poster di Bruce Springsteen e bandiera di una squadra di calcio, angolo cottura, una volta nella parete che divide questo ambiente dalla camera da letto. Letto blu.

Conoscevo due persone che abitavano in un monolocale, sempre a Milano.
Ogni volta che le andavo a trovare mi chiedevo: secondo me dormono uno sull'altro. Poi uno dei due, proabilmente intuendo il mio ragionamento, mi disse "guarda come dormiamo" e da quello che io ritenevo un divano incastonato in un armadio, fece uscire una specie di grande cassetto e oplà, ecco il letto a due piazze. "l'unica cosa è che c'è da sperare di non avere l'urgenza di abbandonare l'appartamento perché in questa maniera non riusciremmo ad aprire la porta". Il letto ostruiva proprio la porta di ingresso.
Eppure agli spazi ci si abitua, credo.
Con la bicicletta appesa alla parete proprio sopra al tavolo in cui si mangia e il televisore a sua volta incastonato in qualcosa d'altro a sua volta incastonato.......una mini-casa-matrioska dove ogni cosa contiene qualcosa d'altro.

postato da: davidia69 alle ore 12:16 | link | commenti (8)
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giovedì, 04 settembre 2008



Ho risolto: uso Mozilla e buonanotte.
(e grazie)

postato da: davidia69 alle ore 18:48 | link | commenti (3)
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Sono nei guai. Nella sezione "scrivi" del blog, non mi appare più la barra degli strumenti e non ho la più pallida idea di come ripristinarla. Ho ravanato ma non ci sto cavando un ragno dal buco se non che qui sto a perdere solo del gran tempo. Aiuto, aiuto! (guarda qui che schifo!)
postato da: davidia69 alle ore 17:45 | link | commenti (7)
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lunedì, 01 settembre 2008


Non ho mica detto della settimana scorsa.
Sono in questo ospedale ad accompagnare una persona per un esame.
Intanto che questa persona aspetta io vado al bar dell'ospedale che è nuovo, bello, con poltroncine carine e colorate, molto luminoso perché tre delle quattro pareti sono a vista sul microcortile dotato solo di un po' di erba e di un glicine enorme lì dalla notte dei tempi. Mi prendo un cappuccino e mi guardo attorno.
In questo posto vendono anche dei libri, alcuni, diciamo una quarantina. Anche per bambini.
Noto con soddisfazione che tra i titoli vi è I miei amici di Luisito Bianchi il prete che ha fatto l'operaio, il prete che ha lavorato e si faceva domande sulla sua "missione". Un diario stratosferico che consiglierei a tutti.
Poi mi lascio ingolosire da questa cosa:




mi accorgo leggendo le prime cinque pagine che forse ho buttato via i soldi.

Per il momento, parlando di scrittori arabi, nessuno ha ancora superato in  bellezza, questo:






postato da: davidia69 alle ore 07:38 | link | commenti (18)
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sabato, 30 agosto 2008


Il calendario venatorio prevede, prima dell'inizio della stagione della caccia, alcune giornate di "allenamento" dei cani.
I cani vengono portati in campagna e lasciati liberi di scorazzare ovunque (comprese colture specializzate alle quali non potrebbero accedere) per abituare le narici all'odore della selvaggina.
Le lepri si sono moltiplicate. Il  bretone, nel corso dell'estate, ne ha mangiate alcune piccole ma fa parte del suo istinto e sono felice che i cacciatori abbiano un pochino meno lepri da mettere nel loro carniere.
Ma non esistono più i carnieri nel senso che ora è meglio girare con le prede morte in bella vista così che tutti possano vedere qual è il vero cacciatore.
A me i cacciatori sembrano tutti morti di fame.
L'amore per i giri nella campagna brumosa è solo una scusa.
I giri nella campagna brumosa si possono fare anche senza fucile pur con i cani.

Si capisce anche da queste cose che l'estate ormai è agli sgoccioli anche se le giornate sono ancora molto calde.
Da qui, in questo stesso istante, si sentono i latrati lontani dei cani.
Sono versi lamentosi come di qualcuno sottoposto a indicibili torture.
Hanno qualcosa di umano, di singhiozzante, di pauroso e tremendo.





postato da: davidia69 alle ore 10:34 | link | commenti (8)
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giovedì, 28 agosto 2008


L'altra sera, dopo cena, dopo aver diligentemente sparecchiato e ripulito la cucina (nel lavello però c'erano i piatti della cena della sera prima), mi sono messa lì a guardare Divorzio all'italiana.
Molto stupidamente mi è venuta l'idea di portarmi la piccola televisione a letto.
Prima di chiudere gli occhi, l'ultima immagine che ricordo è Marcello che cerca le prove dell'adulterio della moglie.

Mi sono svegliata e ancora Marcello a ravanare in armadi e cassetti alla ricerca delle prove. Ed erano già le 22.23.

Però la Stefania Sandrelli che bella e anche Marcello Mastroianni che bello.......però troppo idiota addormentarsi come una pera cotta.........(siamo in stagione e ne approfitto).

Saluti e non sderenatevi troppo che per quello si fa sempre in tempo.

Bonne nuit!



postato da: davidia69 alle ore 18:48 | link | commenti (10)
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lunedì, 25 agosto 2008


Lo sai che il male nasce e cresce dentro perché non lo si porta fuori con le parole?
"Farei questo, farei quest'altro, ma poi la reazione com'è?"
Come quando si leggono fatti di cronaca: "colto da un raptus".
Oggi sto spiegando a me stesso questo, ovvero: sto covando una specie di raptus ma è ancora allo stadio embrionale.
Tipo: sto tagliano le cipolle, voglio fare una frittata con un quintale di cipolle e prezzemolo, una cosa senza senso tanto che non riescono nemmeno ad appassire nell'olio queste cipolle (il termine giusto è "appassire", sì, come appassirebbero i petali di una rosa al sole di ferragosto), ecco, lei mi si avvicina e  dice "va bene che ti piace cucinare ma che cosa vogliono dire tutte quelle cipolle?". In effetti, penso, ma che cazzo te ne importa  a te se voglio una frittata con tantissime cipolle. Glielo potrei dire ma poi penso "eh no, devi stare calmo perché la calma è la virtù dei forti e non devi sempre fare lo scorbutico perché poi va a finire che litigate e se litigate poi tu stai male dentro e lo stomaco ti diventa una polpetta di carne marcia buttata dentro al pozzo di San Patrizio". Allora sto zitto o meglio, cerco di mantenere un contegno, di non fare il cafone come al solito, grugnisco un "ti faccio una frittata a parte senza cipolle" e lei prende ed esce dalla cucina mentre io taglio ancora una mezza cipolla che avevo dimenticato lì, sopra al lavello. E quella mezza cipolla la taglio con il coltellaccio lungo che di solito uso per le angurie. Un coltellaccio che potrebbe per metà infilzare la pancia di lei che è così magra e così insopportabile. Cioè, poverina, no. E' buona, gentile, a modo, onesta, ma i fatti sono che: primo io non la amo più e secondo mi danno sui nervi la sua bontà e la sua gentilezza e le sue buone maniere.
Le ultime fettine di cipolla non riusciranno nemmeno a cuocere. Le butto nella padella che le altre sono già quasi pronte per accogliere le uova sbattute. Nell'aria c'è un odore incredibile di cipolle. Io amo le cipolle però tengo un po' le finestre aperte perché so che a lei non piacciono tanto.
Ad un certo punto entra e dice "sembra di essere nella casa di un extracomunitario marocchino ma anche indiano con tutte 'ste cipolle". Io mi volto lentamente tenendo in mano il coltellaccio d'anguria e allora lei, in dialetto mi dice "cusa ghèt de vardàm cusé".
"Te met béle stùfat, se te la muchèt mia t'enfìlsi".
Lei mi guarda con gli occhi fuori dalle orbite senza dire niente poi si mette a ridere come una deficiente. E mi fa sentire un cretino con in mano il coltello lungo.
"I vicini penseranno che siamo due mica tanto normali" dico.
"Te sei matto, infatti" fa lei con le lacrime agli occhi.
"Tu non sai cosa dici" faccio io appoggiando l'arnese sul pianale di marmo della cucina "sto covando una cosa terribile"
E lei senza smettere di ridere e piegata in due "stai covando le uova per la frittata?".
La frittata.
Mi volto e le cipolle nella padella stanno bruciando, la cucina si sta riempiendo di fumo bianco. Spengo il gas pieno di dispiacere per le mie cipolle.
"Il fatto è che sto covando un raptus......" dico ad alta voce.
Allora lei, all'improvviso, smette di ridere e si raddrizza. Mi guarda seriamente. Mi fissa negli occhi e non dice niente.
Sto con le mani appoggiate alla cucina come in preda ad una enorme stanchezza.
"Ma di solito i raptus non si annunciano, si compiono e basta, uno non se ne rende nemmeno conto" stizzita prende e se ne va in un'altra stanza.
Così io rimango lì da solo con il raptus ancora dentro alla mia pancia che sta assumento forme strane, prima a palla e poi a coltello. E poi, infine, a coltellaccio.



postato da: davidia69 alle ore 13:45 | link | commenti (28)
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